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Dopo il referendum delle Regioni Lombardia e Veneto

La montagna ha partorito il classico topolino. L’ingente spesa, la fragorosa grancassa e la retorica che hanno caratterizzato il recente referendum in Lombardia e Veneto sono valse il titolo di prima pagina di una giornata. La genericità del quesito posto, nonostante la significativa partecipazione al voto limitata peraltro ad una sola delle due regioni, non legittima infatti in alcun modo le roboanti rivendicazioni dei cosiddetti governatori. La richiesta dello statuto speciale – istituto del resto alquanto datato e forse da rivedere anche nelle sue storiche espressioni insulari e confinarie – è una mera petizione di principio che non avrebbe in ogni caso alcun impatto circa le aspirazioni a trattenere una quota maggiorata del reddito regionale. Il principio di solidarietà è un cardine della nostra Costituzione e fa da argine invalicabile per ogni eventuale sviluppo del regionalismo. Il quadro costituzionale vigente non ammette infatti alcuna impostazione federalista, ma tutt’al più consentirebbe un’autonomia impositiva che sarebbe invece la strada da perseguire perché accrescerebbe la responsabilità degli amministratori verso i cittadini che saprebbero finalmente chi mette le mani nei loro portafogli.

In realtà, l’esito elettorale sembra essere servito piuttosto come regolamento dei conti all’interno di uno schieramento politico che si ritiene nuovamente proiettato a guidare il Paese. A ben guardare, tuttavia, ad esserne uscita smentita è stata proprio la tradizionale impostazione leghista della questione settentrionale come un tutt’uno. La stridente sproporzione della partecipazione al voto tra le due regioni ha mostrato se mai l’esistenza di una “questione veneta” che rimanda ad ormai consolidate interpretazioni etico-sociali circa il modello di sviluppo – ed oggi di crisi – del Nord Est piuttosto che a fantomatiche radici identitarie assolutamente antistoriche.

Insomma, di questo referendum né la Lombardia, né il Veneto, né l’Italia avevano alcun bisogno. La sola nota comune alla vicenda catalana è infatti il tentativo di rifugiarsi in un mito salvifico da parte di classi dirigenti che, rispetto ad un recente passato di opulenza, non sanno più governare la complessità del presente né programmare il futuro. Non solo i lombardi ed i veneti, ma tutti gli italiani hanno bisogno di ben altro, e cioè di un ritorno a tutti i livelli di governo di una politica che sappia responsabilmente studiare i veri problemi, proporre soluzioni coerenti al dettato costituzionale ed orientate alle giovani generazioni, riscattandole dalle rendite di posizione così fare invece ai populismi nostrani.

 

Genova, 27 ottobre 2017

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