Dibattito La Public History a scuola e presentazione dell’Accordo di rete e del Manifesto per la Public history of Education

Ultimo incontro del ciclo Dialoghi sulla Public History, organizzato dalla Domus Mazziniana e dal Dipartimento di civiltà e Forme del Sapere dell’Università di Pisa con il patrocinio dell’Associazione Italiana di Public History e del Centro Interuniversitario per lo Sviluppo della Public History.

Orsetta Innocenti, docente di scuola superiore, formatrice per l’Ufficio Scolastico Regionale e membro del direttivo di COMPALIT – Scuola, e Gianfranco Bandini dell’Università di Firenze e coordinatore del gruppo di lavoro sulla Public History of Education dell’AIPH, presenteranno il Manifesto per la Public History of Education e l’Accordo di rete per la Public History a scuola.


Manifesto della Public History of Education

Un percorso collaborativo per connettere
ricerca accademica, didattica e memoria sociale nell’ambito educativo

1 – Adesione agli ideali e agli obiettivi della Public History
Le singole persone, gli enti e le associazioni firmatarie di questo Manifesto esprimono la loro convinta adesione al Manifesto della Public History Italiana, presentato dall’Associazione Italiana di Public History in occasione della Conferenza regionale della Public History in Piemonte, il 7 maggio 2018, e successivamente approvato nel corso dell’Assemblea di Pisa del 14 giugno 2018.

2 – Ricerca storico-educativa e bisogni sociali
Il mondo della ricerca educativa e storico-educativa è sempre stato un crocevia di più aree disciplinari e di molte tematiche interconnesse. Inoltre, soprattutto nel settore della didattica e della pedagogia speciale, sono state svolte molte esperienze che oggi possiamo definire come pratiche di Public History, seguendo il paradigma della ricerca azione partecipata: una modalità di ricerca che per l’ambito pedagogico è stato il motivo privilegiato di contatto con il territorio, di costruzione di un rapporto di collaborazione e formazione soprattutto con le scuole, i musei, gli attori associativi e gli enti territoriali.
Ieri come oggi, sono i bisogni sociali, soprattutto di carattere formativo, che devono essere posti al centro delle preoccupazioni del Public Historian, in modo da avviare un ciclo virtuoso di collaborazione tra tutti i soggetti interessati. I saperi storici, e in particolare storico-educativi, possono infatti svolgere una importante funzione culturale. In particolare, possono contribuire efficacemente alla decostruzione dei pregiudizi, all’inclusione sociale, a comprendere le dimensioni nascoste delle professioni educative e di cura, a uscire dalla errata percezione della “naturalità” dei nostri comportamenti personali e professionali.

3 – Nove tesi per costruire la Public History of education
1) La Public History è una grande risorsa che non appartiene solo agli storici, ma a tutti coloro che, specialisti o no, partendo dalle loro specifiche competenze culturali, intendono adottarne lo stile dialogico, l’impegno sociale e le metodologie. La storia è uno strumento di conoscenza intellettuale che non può essere riservato soltanto a un gruppo di specialisti. Ne deriva che occorre mettere sempre più in contatto il mondo delle esperienze con quello della ricerca accademica e non, sottolineando la necessità di un incontro, di una relazione culturale che consenta di valorizzare la conoscenza storica, mantenendo elevati standard di qualità della ricerca in contesti comunicativi e dialogici aperti a un vasto pubblico, oppure a pubblici specifici, soprattutto nei contesti delle professioni educative e di cura.

2) La Public History, così intesa, muove dai bisogni sociali e cerca di fornire delle modalità condivise di co-costruzione delle conoscenze, allontanandosi dalla consueta idea di semplice divulgazione, disseminazione, trasmissione.
Se gli storici si pongono in ascolto e se il processo muove da bisogni sociali specifici non si tratta di inventare delle modalità di divulgazione o di spettacolarizzazione dei contenuti storici: si tratta, invece, di uscire dal modello trasmissivo e di far sì che gli storici lavorino con i soggetti interessati per avviare un esercizio di pensiero critico, per costruire insieme conoscenze, riflessioni, consapevolezze.

3) Nel campo delle professioni educative e di cura la Public History costituisce un approccio che
consente di:

• enfatizzare il rapporto tra università e territorio, a partire dalle migliori pratiche fin qui messe in atto, anche se non denominate come Public History;
• aumentare la consapevolezza della lunga costruzione culturale e sociale di atteggiamenti e comportamenti attuali che hanno radici profonde, pluri-generazionali, come nel caso delle relazioni adulto-bambino;
• fornire strumenti di comprensione critica della società, utili per modificare e migliorare le attività professionali, in particolare orientando le relazioni al “superiore interesse del bambino” (“best interest of the child”).

Nel campo delle professioni educative (e di cura) è possibile fornire un contributo specifico alla acquisizione di competenze fondamentali per migliorare le attività professionali, per lavorare in direzione del “superiore interesse del bambino”, concetto chiave della cultura contemporanea dell’infanzia1. La conoscenza storica, in questo senso, non è un orpello intellettuale (che solo alcuni ceti sociali possono permettersi), ma qualcosa di concretamente utile, che serve a effettuare delle scelte consapevoli, mettendo in prospettiva e contestualizzando nel tempo e nello spazio dinamiche culturali e istituzionali.

4) Le attività di Public History of Education hanno una naturale vicinanza con la didattica e il mondo della scuola: possono contribuire efficacemente sia a migliorare l’apprendimento sia a generare dei cambiamenti culturali nel territorio circostante.
Le attività didattiche, in particolare quelle rivolte allo studio della storia e della geografia, hanno un rapporto privilegiato con il territorio che può essere enfatizzato proprio da un approccio di Public History. In questo senso la didattica, uscendo dai confini dell’aula, può aspirare non solo a migliorare gli apprendimenti, come è ovvio, ma anche a promuovere dei cambiamenti condivisi e partecipati nella comunità locale.

5) La Public History nelle professioni educative e di cura può essere utilizzata come un potente strumento per la formazione, sia nella fase iniziale che della formazione in servizio. La riflessività è una importante competenza della formazione dei docenti e può essere grandemente arricchita dalla consapevolezza storica. Consente di osservare i processi odierni di insegnamento e apprendimento non in maniera parcellizzata, ma all’interno del percorso storico (spesso molto lungo) che li ha costituiti e resi dominanti rispetto a altri che sono stati teorizzati e praticati. In questo senso l’approccio storico è uno strumento di grande utilità per favorire l’esercizio e la cura della riflessività.

6) Le attività di Public History privilegeranno il contatto diretto e il coinvolgimento delle persone interessate, ma al tempo stesso svilupperanno le tecnologie di comunicazione e interazione digitale, all’insegna del glocalismo e del social empowerment. Dal punto di vista tecnologico ciò significa scegliere software Open Source, politiche comunicative Open Access, adesione ai principi della Open Science.
Negli ultimi anni i cambiamenti tecnologici ci hanno introdotto in una nuova e diversa era storica. Scegliere una modalità aperta nella comunicazione digitale significa realizzare degli spazi di Public History di grande importanza, a partire dalla semplice messa a disposizione delle fonti storiche, fra le quali occorre sottolineare il peculiare ruolo delle immagini fotografiche. Se la cultura è un bene primario dell’umanità, proprio come l’acqua e l’aria, allora il contesto digitale deve essere inteso come indispensabile piattaforma di scambio dei saperi e relazione tra i soggetti.

7) Scuole, musei, archivi, biblioteche e enti territoriali costituiscono i naturali interlocutori delle attività di Public History.
Il mondo dell’educazione ha tematizzato da tempo e spesso ha intrattenuto degli importanti rapporti con gli istituti culturali sul territorio. Basti ricordare i legami con il sistema museale che ha visto la creazione di sezioni didattiche nei musei dedicate in modo esclusivo al rapporto formativo con il pubblico, e in particolare con quello delle scuole. Le istituzioni sul territorio, insieme all’università e in modo assolutamente paritario, sono l’infrastruttura culturale che è necessaria alla Public History per svilupparsi, radicarsi nel tessuto sociale e per dialogare con le comunità.

8) La ricerca storica e la didattica offrono molte opportunità e modalità per costruire delle efficaci e coinvolgenti attività di Public History. Tuttavia un ruolo privilegiato, che deve essere messo in particolare evidenza, è svolto dalle pratiche di storia orale, dalle storie di vita, dalle scritture autobiografiche.
I saperi storici si occupano di un amplissimo arco di esperienze umane che vanno dalla storia individuale alla storia delle collettività, fino alla “storia globale”. Porre l’accento sulle testimonianze personali, per quanto sempre in collegamento con quadri conoscitivi più ampi, consente di sviluppare appieno la nostra riflessività, di promuovere il benessere individuale e comunitario, di aumentare la capacità di comprensione del presente.

9) La Public History ha un rapporto privilegiato con la comunità e il suo territorio per quanto riguarda la valorizzazione e trasmissione del patrimonio culturale. Le attività di Public History, le quali di per sé hanno un intrinseco valore educativo, in quanto aiutano a trasmettere conoscenze sul passato a pubblici più ampi e a nuove generazioni, possono contribuire in maniera molto efficace alla conservazione e alla valorizzazione del patrimonio culturale territoriale, sia di carattere materiale2 (per esempio, i musei dell’educazione e gli istituti scolastici “storici” con i loro reperti e archivi) che immateriale3 (per esempio, le pratiche educative familiari e le forme di apprendistato nelle botteghe artigiane). Si tratta di un ampio insieme di pratiche, esperienze e credenze che costituiscono l’identità locale delle “comunità di eredità”, trasmesse di generazione in generazione ma costantemente a rischio di oblio e dispersione. A questo livello si può valorizzare non solo il patrimonio culturale riconosciuto e istituzionalizzato, ma anche quello più “vernacolare”.
Attraverso la Public History si possono riannodare i fili della memoria, mantenere il dialogo tra le generazioni e la cultura del territorio, apprezzare la ricchezza della diversità culturale, contribuire in modo importante alla educazione in senso lato delle giovani generazioni e alla educazione continua di quelle meno giovani.


1 Art. 3, Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite
a New York il 20 novembre 1989, ratificata dall’Italia nel 1991 (Legge 27 maggio 1991, n. 176, Ratifica ed esecuzione
della convenzione sui diritti del fanciullo).
2 Convenzione sul Patrimonio Culturale e Naturale Mondiale, firmata a Parigi nel novembre 1972 e ratificata in Italia con

legge n. 184 del 6 aprile 1977.
3 Convenzione per la Salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale, adottata a Parigi il 17 ottobre 2003 dalla
XXXII sessione della Conferenza generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza
e la cultura (UNESCO), ratificata dall’Italia con legge 27 settembre 2007, n. 167.