Restare Umani
“In questo mondo non c’è tanta umanità come se ne vorrebbe, ma ce n’è abbastanza”, scrisse
l’autore americano James Baldwin negli anni della lotta al segregazionismo. Difficile, oggi, nutrire
la stessa speranza. Il processo di disumanizzazione del mondo procede speditamente, somministrato
dalla violenza del dibattito politico e anestetizzato dai Social dove è lecito scrivere ogni cosa. Una
tragedia globale come il Covid non ha fermato questa tendenza, ma la ha accelerata. Lo scorso 14
giugno, a Minneapolis, un sostenitore del MAGA, vestito da poliziotto, ha ucciso la capogruppo dei
democratici alla Camera dei rappresentanti del Minnesota, Melissa Hartman e suo marito, ed ha
ferito gravemente il senatore John Hoffman e la moglie. Di fronte a un atto come questo, la
solidarietà e la condanna dovrebbero essere unanimi. Invece, a una giornalista che gli chiedeva se
avrebbe chiamato il governatore del Minnesota, Tim Waltz, Donald Trump ha risposto che non lo
avrebbe fatto, definendo lo stesso Waltz un “whacked out”, un “fuori di testa”. Lo stesso Trump ha
inaugurato in Florida Alligator Alcatraz, una prigione per immigrati irregolari o presunti tali che
deve il suo nome alla rievocazione del più celebre carcere di massima sicurezza degli Stati Uniti e
agli alligatori che la circondano, come in una Disneyland distopica, meta di “pellegrinaggio” di
sostenitori del Tycoon. I prigionieri, arrestati senza un mandato dalla polizia di frontiera americana,
l’ICE, sono rinchiusi in gabbie come animali, e non godono di privacy neppure per espletare i
bisogni fisiologici. Nel nostro paese le due notizie non hanno destato particolare attenzione e, a
parte alcuni servizi di circostanza, non sono state oggetto di dibattito. Assuefatti a queste situazioni,
le subiamo senza particolare coinvolgimento, concentrati piuttosto sullo scenario internazionale.
C’è voluto l’arresto di due italiani e la drammatica testimonianza di uno di loro per ricordarci che
un domani potrebbe toccare anche a noi finire in quelle gabbie. O magari costruirle per rinchiudervi
i superstiti dei troppi naufragi del Mediterraneo, ritenute non vittime, ma responsabili della loro
condizione, e magari della morte dei loro affetti più cari, a causa della loro sconsideratezza e
leggerezza, come ha fatto intendere rispetto ai cadaveri di Cutro il ministro degli Interni, Matteo
Piantedosi. Questo è un esito inevitabile quando l’ordine pubblico – di cui nessun mazziniano nega
l’importanza per il vivere civile e la sicurezza delle nostre città – diventa il solo parametro con cui
giudicare un dramma umano come le migrazioni e la forza il solo strumento per risolverlo. Secondo
il rapporto 2025 del “Word Food Program” sullo Stato della sicurezza alimentare e della nutrizione,
attualmente sono 730 milioni le persone che nel mondo soffrono la fame, un dato destinato ad
incidere sui fenomeni migratori e che richiederebbe soluzioni globali.
Purtroppo la brutalità della politica odierna, svuotata della partecipazione popolare, è entrata
nella fase dell’umiliazione, cui l’autrice americana Roxanne Euben ha dedicato il suo ultimo lavoro,
Driven to the knees. Humiliation in contemporary politics, un ampio approfondimento sulla retoricadell’umiliazione, e il modo in cui oggi definisce il potere di chi la esercita e l’impotenza di chi la
subisce. A ciò si aggiunge la ormai cronica indecisione dell’Unione Europea, la cui politica di
riarmo procederà per singoli stati e non attraverso la costruzione di una difesa comune, un enorme
regalo a Donald Trump, alla Russia e alla Cina.
Le cose non vanno meglio se ci chiniamo a guardare l’Italia. A un paese che da cinque mesi
è morbosamente immerso nella nuova inchiesta sul delitto di Garlasco, i cui riflessi mediatici
fotografano il triste specchio della nostra società, i dati interessano poco. Quando esce il rapporto
ISTAT, lo ripetiamo con forza, meglio occuparsi di altro. Da troppo tempo, ormai, i numeri
dell’Istituto di Statistica esprimono sofferenza e complessità, e sono incompatibili con la narrazione
dominante. Circa il 25% del paese è a rischio povertà ed esclusione – al Sud arriviamo al 40% –
mentre otto su dieci dei nuovi assunti superano i cinquant’anni; circa la metà degli imprenditori, il
44%, ha superato i sessant’anni. Su una situazione difficile come questa incombono i dazi
americani. No, il 15% non è un risultato soddisfacente (restano al 50% per acciaio e alluminio), e
già in Italia si calcola una diminuzione dello 0,2% del PIL e la perdita di 200.000 posti di lavoro.
Ursula von der Leyen ha capitolato di fronte a Trump, non solo cedendo sulla Web Tax per i colossi
digitali (anche se la partita non sembra chiusa), ma andando a definire l’accordo in una struttura di
proprietà del presidente americano e non in una sede istituzionale. Se a ciò si aggiungono le ombre
sul bilancio 2028-2034 dell’Unione Europea e un quadro internazionale drammatico, con sessantuno
conflitti attivi fra trentasei stati (del Sudan, ad esempio, interessa a qualcuno?), si comprende la
difficoltà del momento. Il dibattito interno è sterile. La recente inchiesta che ha coinvolto il Comune
di Milano avrebbe potuto rappresentare l’occasione per avviare un dibattito profondo sulla crisi del
ceto medio, sull’inserimento degli immigrati di seconda generazione all’interno del nostro tessuto
sociale, con diritti e soprattutto doveri, e sulle carenze abitative che colpiscono il paese. Purtroppo,
complice il passaggio in prima lettura al Senato della riforma sulla giustizia, finiamo risucchiati
nello scontro trentennale tra facili moralismi e attacchi al giustizialismo, che ci riporta bruscamente
nella polarizzazione del confronto pubblico, piaga globale sulla quale i sovranismi costruiscono la
loro fortuna.
Ma, se non è abbastanza come sosteneva Baldwin, comunque l’Umanità non è – ancora –
del tutto sparita – dai nostri orizzonti. Si pensi all’appello di 28 paesi contro il blocco degli aiuti e le
violenze indiscriminate dell’IDF a Gaza, così come alla richiesta al presidente Zelensky di fare
marcia indietro sull’indebolimento delle autorità anticorruzione in Ucraina. Ma è ancora troppo
poco, e per questo da settembre dovremo tornare ad impegnarci per il rinnovo dei trattati europei,
una battaglia che, come la “Piazza per l’Europa”, non può vederci non protagonisti assieme agli
amici del MFE e del CIME.
Quale sia il senso di questa nostra battaglia basta cercarlo nelle pagine che GiuseppeMazzini scriveva nel 1836 in un articolo dall’emblematico titolo Umanità e Patria:
Si è voluto talvolta dilaniare i popoli in nome dell’Umanità senza insegnare ad essi la Patria; tal altra, per una via
contraria, parlando ad essi di nazionalità senza riannodarla alla legge umanitaria. Nel primo caso, il moto mancava
del suo punto di vista di partenza ed appoggio, nel secondo, mancava di scopo.
Un progetto di UMANITÀ UNIVERSALE e DEMOCRAZIA costantemente proiettato sul futuro cui
ispirare il nostro operato, assieme all’EDUCAZIONE, la cui valenza “politica” ha trovato un Maestro
impareggiabile in Giovanni Spadolini, cui, nel centenario della nascita, è dedicato questo numero de “Il Pensiero Mazziniano”.


