In occasione dell’ottantesimo anniversario del Referendum del 2 giugno 1946 pubblichiamo questo articolo di Pietro Finelli, Direttore Scientifico della Domus Mazziniana di Pisa e Coordinatore della redazione de “Il Pensiero Mazziniano.
Ottant’anni di Repubblica
di Pietro Finelli
La Costituzione italiana è la più longeva dell’Europa continentale, ma la democrazia della Penisola vive un paradosso unico: mai così garantita, mai così poco interiorizzata. Perché l’Europa unita è l’unica via per completare il disegno dei Padri fondatori
Ottant’anni non sono pochi per una Repubblica nata dalle macerie di una guerra perduta e da vent’anni di dittatura. Non lo sono soprattutto se si considera un primato spesso dimenticato: la Costituzione del 1° gennaio 1948 è oggi la più antica tra quelle vigenti nell’Europa continentale. Più longeva della Legge Fondamentale tedesca del 1949, della Quinta Repubblica francese del 1958 e delle carte costituzionali di Portogallo, Spagna e Grecia.
A scriverla in soli diciotto mesi fu un’Assemblea Costituente eletta a suffragio universale — la prima volta in cui anche le donne italiane votarono su scala nazionale — in un clima di devastazione materiale e morale difficile persino da immaginare.
Oggi, pochissimi italiani conservano memoria diretta di cosa significassero il fascismo o la monarchia. In questi otto decenni, il Paese ha vissuto il periodo di pace, libertà e benessere diffuso più lungo della sua storia plurimillenaria: né Roma antica, né i Comuni, né le Signorie o il Regno unitario avevano mai garantito diritti e prosperità così a lungo. Da terra di contadini ed emigranti, l’Italia si è trasformata in una potenza industriale di prim’ordine, l’unica nazione del Sud Europa a sedere stabilmente al tavolo del G7.
Eppure, si consuma qui il grande paradosso della nostra democrazia: a questo straordinario sviluppo economico e istituzionale non è mai corrisposta un’identità repubblicana davvero condivisa. Non si è mai consolidato un “patriottismo costituzionale” capace di unire la società.
Anche in reazione alla retorica nazionalista e bellicista del regime fascista, il patriottismo repubblicano è rimasto per decenni un bene riservato a una minoranza. Un’”altra Italia” — erede del repubblicanesimo, dell’azionismo, del laicismo e del pensiero democratico risorgimentale — ha custodito il filo rosso che lega Risorgimento, Resistenza e Repubblica.
Una minoranza che ha costruito nei decenni una pedagogia civile che aveva fatto del Risorgimento e della Resistenza non un mito da celebrare una volta l’anno, ma una scuola quotidiana di cittadinanza. Un tessuto minoritario ma vitale di associazioni, riviste e case della memoria ne ha tramandato nel tempo l’eredità, spesso in controtendenza rispetto al sentire diffuso. Pur minoritaria, quell’altra Italia aveva saputo dialogare con le maggioranze del Paese, contribuendo al suo progresso, spronandolo, spesso guidandolo: dalla scrittura di una Costituzione fra le più avanzate d’Europa fino alle grandi riforme civili ed economiche del secondo Novecento.
La maggioranza degli italiani, però, ha intrattenuto con la Repubblica un rapporto sostanzialmente utilitaristico, identificandola con una sorta di fornitrice di servizi — capace di garantire benessere, protezione, mobilità sociale — piuttosto che con un ideale da abitare e da difendere.
Gli italiani hanno preferito riconoscersi nella cultura bianca e in quella rossa, nelle culture di partito e di sindacato, nelle mille subculture politiche e territoriali che hanno innervato per decenni la vita pubblica della penisola, o nella propria appartenenza religiosa: identità intermedie, concrete e rassicuranti, che hanno finito per fare da schermo, più che da ponte, verso una piena identificazione con la res publica. Non un’anomalia, si badi: anche altrove le grandi culture politiche di massa hanno mediato il rapporto tra cittadino e Stato. Ma in Italia quella mediazione non si è mai davvero trasformata in appartenenza repubblicana condivisa, restando spesso appartenenza di parte, di chiesa, di campanile.
Il patriottismo costituzionale si è affacciato timidamente sulla scena pubblica soltanto durante le presidenze di Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano, complice una fortunata sequenza di anniversari nazionali (bicentenari mazziniano e garibaldino, il centocinquantesimo anniversario dell’Unità.) È stata la stagione dei Tricolori ai balconi e dell’Inno di Mameli riscoperto.
Tuttavia, quell’entusiasmo si è rivelato poco più di un palliativo per compensare il crollo delle ideologie e dei partiti di massa, incapace di scendere davvero in profondità nella coscienza collettiva.
Non stupisce, allora, che questa nostra Repubblica — orfana di padri, ma forse ancor più orfana di figli, di cittadini che si identificassero pienamente in Lei — sia arrivata piuttosto acciaccata all’appuntamento con i suoi ottant’anni, con istituzioni ormai in una crisi perenne. Lo si vede nel crescente astensionismo elettorale, nella instabilità cronica degli esecutivi, nella tentazione — sempre risorgente — di cercare nell’uomo o nella donna “forte” quella coesione che i corpi intermedi non sanno più garantire, nella difficoltà di trasmettere alle nuove generazioni, cresciute in un presente perennemente emergenziale, il senso stesso del vincolo costituzionale come patto tra liberi ed eguali.
Si tratta, del resto, di una crisi che non riguarda soltanto l’Italia, ma l’intero mondo occidentale. A duecentocinquant’anni dalla Dichiarazione d’Indipendenza delle tredici colonie americane, il modello di democrazia fondato sulle due sponde dell’Atlantico sembra aver esaurito il proprio ciclo vitale. E non a caso molti hanno iniziato a parlare di“post-occidente”. Lo si legge nella crescente sfiducia verso i parlamenti e i partiti, nell’ascesa di populismi e sovranismi, nella tentazione, sempre più diffusa anche tra le classi dirigenti, di affidare a nuove oligarchie tecnologiche funzioni un tempo proprie della sovranità popolare. Lo hanno esaurito, prima ancora dei principi su cui si fondano, gli Stati nazionali sorti nel corso degli ultimi due secoli: costruzioni concepite per governare comunità di dimensione nazionale, oggi manifestamente incapaci di misurarsi con problemi — il clima, le migrazioni, la finanza e la tecnologia globali, la guerra — che travalicano enormemente i loro confini.
Dobbiamo ripartire dall’Umanità, ci ammoniva Mazzini quasi due secoli fa.
Un’Umanità intesa come soggetto politico collettivo, responsabile nella sua interezza del futuro del pianeta Terra: non di una singola nazione, non di un popolo, e nemmeno soltanto del genere umano, ma dell’intero Pianeta e di tutte le sue forme di vita.
Ma l’Umanità, lo sapeva bene lo stesso Mazzini, non si crea in un solo giorno: essa è il gradino più alto di una lunga scala, che è venuto il momento di salire con fermezza e risolutezza. Non è un caso che a immaginare gli Stati Uniti d’Europa, in piena guerra e dal confino di un’isola, furono proprio gli eredi di quella stessa tradizione risorgimentale e resistenziale: il federalismo europeo nacque a Ventotene come prosecuzione, non come negazione, del sogno mazziniano di un’Europa dei popoli liberi e associati. Il gradino che oggi ci attende è quello dell’Unificazione Europea. La costruzione di un’autentica comunità politica europea non è più eludibile, non è più rinviabile a un domani indefinito. Gli Stati Uniti d’Europa sono, a ottant’anni dalla nascita della Repubblica, la nostra battaglia: il Terzo Risorgimento che invera e finalmente compie il Primo Risorgimento nazionale e il Secondo, quello dellaResistenza e della Repubblica.
Sarà, ancora una volta, una battaglia da combattere come minoranza — come minoranza furono i patrioti del Risorgimento, come minoranza furono i partigiani della Resistenza, come minoranza è sempre stata l‘altra Italia. Ma una minoranza consapevole di essere all’unisono con il battito della Storia e pronta, come il Sisifo di Camus, a compiere consapevolmente e liberamente il proprio Dovere.


