Anticipiamo l’editoriale del Presidente Nazionale Michele Finelli
che sarà pubblicato sul numero 3 del 2025 de “Il Pensiero Mazziniano”.
Il Mazzinianesimo e la fragile democrazia del XXI secolo
Il 7 settembre del 1991, a Ventotene, il Presidente del Senato Giovanni Spadolini offrì una delle sue più grandi lezioni, mescolando con acume storia e attualità politica. Dopo aver reso omaggio agli estensori del Manifesto, “tre solitari combattenti del regime di Mussolini”, cui rivolse la gratitudine di tutti gli italiani, Spadolini, con la tensione tipica del repubblicanesimo invitò a non compiacersi eccessivamente per la caduta del Muro di Berlino. Alle porte dell’Europa si stava affacciando un nuovo e pericoloso nemico, il nazionalismo. Anzi, il Professore ne individuò due tipi. Il primo era quello del “dominio economico, tecnologico, finanziario, che rinuncia[va] all’attributo ormai antiquato della sovranità rappresentata dal territorio”, mentre il secondo si affacciava pericolosamente nei territori delle ex repubbliche dell’Unione Sovietica. Il monito di Spadolini fu chiaro. La Russia non andava abbandonata, ma sostenuta nei suoi sforzi “per individuare un destino di libertà e di pace che appar[iva] sempre più indivisibile o irriducibile ai vecchi confini geografici e ideologici”. Esortava a lottare contro il protezionismo e le autarchie commerciali e, da laico, esaltò l’Europa fondata sul connubio tra “il riscatto cristiano” e la “fede nella laica dignità dell’uomo”. Rileggere queste parole nel centenario della nascita di Giovanni Spadolini, che l’Associazione Mazziniana ha onorato anche con una visita a Pian dei Giullari, sede della Fondazione a lui intitolata, non ha un valore puramente celebrativo o affettivo. È piuttosto una lezione sulla capacità di leggere il mondo che oggi sembra essersi smarrita, vista la tendenza di molti a ragionare in base alle categorie politiche precedenti alla caduta del Muro di Berlino.
La guerra di Jugoslavia – di cui l’assedio di Sarajevo, tornato oggi alle cronache per la vergognosa pagina degli Human safari, rappresentò assieme al massacro di Sebrenica una delle pagine più tristi – segnò il ritorno dei nazionalismi old style. Il monito di Spadolini, scomparso prematuramente nel 1994, è rimasto inascoltato, e di fronte all’avanzata dei nazionalismi, l’Europa è stata poco attiva, subendo l’ascesa di Viktor Orbán e prendendo sottogamba la Brexit. Dopo aver fallito con l’esportazione della democrazia, siamo diventati importatori di autocrazie, come dimostrano, per fare un esempio, le recenti elezioni in Georgia. Ma la Democrazia appare a rischio persino nella sua patria “elettiva”, anche se l’opinione pubblica sembra curarsene poco, gli Stati Uniti. Sebbene Donald Trump inizi a raccogliere le insofferenze di alcuni esponenti del mondo MAGA, disorientati di fronte alle sue politiche economiche fallimentari, o critici per aver concesso al Qatar una base militare in Idaho o cospicui aiuti economici al presidente argentino Milei, lontano dai riflettori (anche dei media italiani) continua l’erosione quotidiana dei diritti civili, accompagnata dagli arresti dell’ICE e dall’invio della Guardia Nazionale nelle città e negli Stati ritenuti avversari. In politica estera, decantata come il suo elemento di forza, il presidente americano sta agendo in base a interessi variabili, come dimostra il piano in 28 punti presentato per la pace in Ucraina sul quale, mentre si scrive, regna ancora grande incertezza.
Naturalmente il presidente americano rappresenta un sintomo della crisi di un modello presidenziale, evidente anche in Francia, che Hans Kelsen fotografò alla perfezione nel 1929, avvertendo sui rischi di autocrazia laddove ci si fosse trovati in presenza di un presidente eletto dal voto popolare, senza alcun controllo del Parlamento e con organi costituzionali parziali come l’attuale Corte Suprema. Ancora prima, nel 1849, di fronte all’emergere prepotente del cesarismo bonapartista nella Francia della II Repubblica, i Costituenti Romani del 1849 cambiarono in corsa il testo della Costituzione proprio per evitare un pericoloso sbilanciamento dei poteri. Un mix esplosivo in presenza di una “democrazia dei followers” come quella odierna, fondata sull’assoluta debolezza del cittadino digitale che sembra evocare l’adattamento della famosa frase di Pietro Nenni “piazze piene, urne vuote” alla formula “social pieni, urne vuote”. Proprio in questi giorni è emerso che la maggior parte degli account di X attribuiti a sostenitori del MAGA e “patrioti americani” sono in realtà gestiti da utenti (sovente virtuali) del Bangladesh, della Russia e del Marocco, per citare solo alcuni paesi. Ciò non sembra avere alcuna rilevanza, visto che Musk si è appena visto attribuire un premio in mille miliardi di dollari dagli azionisti di Tesla, e nel frattempo proprio grazie ad X continua ad invitare gli inglesi e gli europei a rovesciare la liberaldemocrazia. Questo ci riporta alle lungimiranti parole pronunciate da Spadolini nel 1991 sul “dominio economico, tecnologico, finanziario” e deve spronare i mazziniani a compiere una riflessione sulle sfide che li attendono.
La prima e forse la più importante, resta quella per gli Stati Uniti d’Europa, la cui urgenza si vede oggi di fronte a un piano di “pace” per l’Ucraina che vuole tagliare fuori l’Unione, prigioniera della timidezza della Von der Leyen e di una corsa al riarmo disordinata e irrazionale. Stesso discorso vale per le Nazioni Unite, che hanno bisogno di essere riformate e adattate a un mondo multipolare, non piegate a logiche particolaristiche. La recente esperienza della “Piazza per l’Europa” che ha visto decine di migliaia di cittadine e cittadini aderire spontaneamente all’appello di Michele Serra segnalano inequivocabilmente la presenza di uno zoccolo duro europeista, ma sta a noi trasformare un diffuso sentimento popolare in un progetto politico e culturale che ha bisogno di nuova linfa.
L’altra riflessione fondamentale che ci attende è quella sul lavoro e le sue trasformazioni, visto che si procede verso un mondo dove il lavoro sarà drasticamente in calo a fronte di un aumento esponenziale delle diseguaglianze economiche. È possibile che ogni ragionamento sulla redistribuzione delle ricchezze venga bollato come un attacco al mondo libero? Infine, pur nell’ottica dell’universalismo mazziniano, non dimentichiamoci di quanto sta accadendo in Italia, dove si è tornati improvvisamente a parlare di nuova legge elettorale e premierato sulla base dell’emotività scaturita dai risultati delle elezioni regionali. A Modena invece, il 22 novembre scorso, è stata inaugurata una lapide contenente un palese falso storico, ovvero che il Ducato di Modena abbia contribuito alla nascita del Regno d’Italia, dando spazio all’ennesimo e pericoloso sdoganamento di fake news storiche.
Pensiero e Azione, dunque, anche nel 2026. Salvaguardando il DNA di questa Associazione, che non cede alle lusinghe di opinionisti creati a tavolino, alle narrazioni mediatiche e alle tensioni partitiche, ma proietta nel presente e nel futuro una cultura politica forte ed indipendente che ha radici secolari. Come ci ricorda lo storico polacco Kristof Pomian, amato da Spadolini, “non è vero che la storia non insegna niente. È vero che dispensa i suoi insegnamenti a quanti vogliono mettere a profitto le esperienze del passato”. Una lezione dagli echi mazziniani, di cui continueremo a tenere conto nell’imminente ottantesimo anniversario della nascita della Repubblica.


